Anche quest’anno parte il mio contest……

Sì, come tutti gli anni anche quest’anno voglio festeggiare il compleanno del mio blogghino, il 13 marzo, con un contest, e già perchè quest’anno compirà sei anni….

Pensa e ripensa ho deciso che il titolo del nuovo contest sia:

” LE FARINE “,

(e le ricette sono pubblicate in fondo all’articolo)

Risultati immagini per grano e farina

foto di  ciboecibo.it

ma tutte tutte, bianche, gialle, integrali, farro, kamut, orzo ecc. perchè nella farina c’è la vita, basta osservare il tempo che occorre al seme  per crescere, per maturare e quindi essere trasformato in farina.

Se solo ci soffermiamo a pensare appunto al tempo che intercorre tra la semina e la raccolta ci rendiamo conto che la natura non ha fretta, sopporta le intemperie, il caldo, il vento pronta poi a darci un elemento che è sempre stato alla base di ogni alimentazione.

Di farine ce ne sono un’infinità, , ma quella più utilizzata è quella di grano, meglio conosciute come farina di frumento. Generalmente con il termine farina di frumento indichiamo la farina di grano duro, in realtà il mondo della farina è molto più complesso.  Esistono tantissime varietà e specie di grano, ma le più conosciute ed utilizzate per l’alimentazione umana sono il grano duro (triticum durum) e il grano tenero (triticum aestivum).

Farina veramente integrale e farina ricostruita. Si è aperto ultimamente un dibattito sulla farina veramente integrale magari ottenuta con la macinazione a pietra e quella ricostruita per esempio unendo farina “Tipo 0” alla crusca. La differenza sostanziale tra i due prodotti che all’apparenza sono simili si può verificare dall’analisi chimica, se la farina ricostruita contiene fibra in quantità molto simile alla farina integrale. Non è lo stesso per le vitamine i minerali gli enzimi i grassi, ovvero le sostanze più preziose del grano dal punto di vista nutrizionale che sono contenute nel germe, il germe nella farina ricostruita è in alcuni casi assente.

La proprietà più importante della farina è la sua forza, cioè la capacità di resistere nell’arco del tempo alla lavorazione. La forza della farina deriva dalla qualità del grano macinato per produrla, e il fattore di panificabilità è indicato con la lettera W.

Un alto valore di W indica un alto contenuto di glutine; questo vuol dire che la farina assorbirà molta acqua e che l’impasto sarà resistente e tenace, e che lieviterà lentamente perché le maglie del reticolo di glutine saranno fitte e resistenti. Viceversa, un W basso indica una farina che ha bisogno di poca acqua e che lievita in fretta, ma che darà un impasto (e un pane) leggero e poco consistente.

Ecco un indice di massima:

  • Fino a W 170 (deboli): per biscotti, cialde e dolci friabili; anche per besciamella e per rapprendere salse.
  • Da W 180 a W 260 (medie): pane francese, panini all’olio, pizza, pasta: assorbono dal 55% al 65% del loro peso in acqua.
  • Da W 280 a W 350 (forti): pane classico, pizza, pasta all’uovo, pasticceria a lunga lievitazione: babà, brioche. Assorbono dal 65% al 75% del loro peso in acqua.
  • Oltre i W 350: in genere fatte con particolari tipi di grano, vengono usate per “rinforzare” farine più deboli, mescolandovele, oppure per prodotti particolari. Possono assorbire fino al 100% del loro peso in acqua.  Ad es la farina manitoba.

Lo sfarinato proveniente dal grano duro viene denominato semola. Essa si distingue da quella di grano tenero sia per la granulometria più accentuata che per il suo caratteristico colore giallo ambrato, colore che si ripercuote anche sui prodotti con essa ottenuti. Questa farina si utilizza prevalentemente per la produzione di pane e pasta (sia casereccio che industriale) ma anche per dolci tipici.

Macinando ulteriormente la semola si ottiene la “semola rimacinata” o “rimacinato“. Questo prodotto è contraddistinto dal caratteristico colore giallo ambrato proprio della semola ma con una granulometria meno accentuata rispetto alla materia d’origine. Il rimacinato viene prevalentemente impiegato per la panificazione puro o mescolato con farine di grano tenero, il prodotto che si ottiene è un pane a pasta gialla molto saporito e a lunga conservazione.

Risultati immagini per campo di grano

Ed ora passiamo al REGOLAMENTO:

Possono partecipare tutte le ricette dolci o salate che abbiano come ingrediente la farina, di qualunque tipo, anzi più saranno diverse meglio si svilupperà il contest, e che saranno pubblicate dal 30 gennaio 2018 al 30 marzo 2018.

Il contest terminerà alle ore 24 del giorno 30 marzo 2018, data ultima per poter partecipare.

Le ricette dovranno essere corredate di almeno una foto fatta da voi e da una descrizione sul procedimento di preparazione delle stesse e si può partecipare con tutte le ricette che volete, dolci o salate.

Le ricette possono comprendere tutta la gamma delle preparazioni dall’antipasto al dolce, al pane, insomma tutto ciò che si può preparare con i vari tipi di farina.

Mi piacerebbe ricevere anche un racconto sulle ricette, dove è nata, se è di famiglia ecc. e se è per celiaci o vegana.

Il contest è aperto a tutti coloro che hanno piacere di partecipare, con o senza blog.

– PER CHI HA UN BLOG: prelevate il banner che trovate in questo post e inseritelo nella vostra home e nel post della ricetta con cui partecipate , pubblicate la ricetta sul vostro blog con la frase ”con questa ricetta partecipo al contest “LE  FARINE” del blog  Lastufaeconomica “ linkando alla mia home. Poi mettete un commento con il link della ricetta sotto questo post, ed io provvederò a farne l’elenco.

-CHI NON HA UN BLOG, può inviare le ricette al mio indirizzo: marikanadali@alice.it. e saranno  pubblicate su questo post.

Naturalmente ci sarà un riconoscimento per la ricetta più originale.

Quindi vi aspetto numerosi per scoprire quante ricette di possono preparare con la farina.

Grazie e a presto.

Ecco il banner da prelevare:

foto di Francesca Gattuso

RICETTE :

https://ifeelbetta.com/2018/01/26/due-ricette-oggi-per-la-memoria-sempre/

https://atuttacucina.blogspot.it/2018/01/muffins-ai-crauti-e-gruviera.html

https://atuttacucina.blogspot.it/2018/01/torta-frullata-all-arancia.html

http://atuttacucina.blogspot.it/2018/01/crostata-di-ricotta-e-kiwi.html

https://atuttacucina.blogspot.it/2018/02/pane-in-cassetta-alla-canapa.html

https://atuttacucina.blogspot.it/2018/02/pastine-ai-mirtilli.html

https://maninpastaqb.blogspot.it/2018/02/cuori-di-grano-saraceno

 

 

 

 

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Risotto con la “ciuiga”

Sì, la ciuiga..che è un tipico insaccato prodotto e commerciato nei comuni di Dorsino e di San Lorenzo in Banale, nel Trentino centro-occidentale.

L’ho acquistata da F.I.C.O. a Bologna e già la conoscevo perchè l’ho scoperta quando andavo alle Terme di Comano per curarmi la dermatite.

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La storia delle ciuighe del Banale è la storia dell’estrema povertà nei secoli passati del territorio delle Giudicarie Esteriori, vallata incastonata fra il lago di Garda e le Dolomiti di Brenta, e della sua zona più tipica, San Lorenzo in Banale. Qui le famiglie che allevavano un maiale vendevano le parti migliori e usavano quelle meno nobili, con l’aggiunta di una parte di rape, per realizzare le ciuighe. A distanza di 150 anni, si è conservata questa usanza ma, nella preparazione, oggi si usano anche le parti migliori del maiale (spalla, coppa, pancetta, gola) e una percentuale inferiore di rape (35-40%).
Le rape sono cotte in un grande paiolo e poi strizzate per togliere la maggior quantità possibile di acqua (da 100 chilogrammi di rape se ne ottengono circa 25). Si aggiungono quindi alle carni macinate (le proporzioni sono 40 chilogrammi di rape ogni 60 di carne), si aromatizza l’impasto con sale fino, pepe nero e aglio tritato e si insacca in budello gentile. Si passa quindi all’affumicatura, che dura otto giorni.

Quindi oggi ho pensato di preparare un risotto con questo insaccato molto particolare.

Ingredienti:

  • riso carnaroli,
  • cipollotto
  • burro
  • ciuiga
  • brodo
  • vino bianco
  • curcuma

Ho fatto soffriggere il cipollotto nel burro e poi ho aggiunto la ciuiga, ho lasciato rosolare

e quindi ho aggiunto il riso, lasciato tostare e quindi ho versato il vino bianco. Dopo che è sfumato, ho aggiunto il brodo, ho messo il mio coperchio New Wonder cookie, abbassato la fiamma del gas e dopo circa 15 minuti il mio risotto con ciuiga…pronto. Ho aggiunto alla fine una grattatina di curcuma.

Dal sapore leggermente affumicato, ben amalgamato con il riso, ne è uscito un risotto dal sapore particolare e molto apprezzato.

 

F.I.C.O. a Bologna

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Fabbrica Italiana Contadina – è un’esposizione permanente per la valorizzazione dell’eccellenza agroalimentare italiana.

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È il più grande parco agroalimentare del mondo. A Bologna, su 10 ettari, Fabbrica Italiana Contadina racchiude la meraviglia della biodiversità italiana.

FICO offre svariate possibilità di divertimento educativo

Per capire l’agricoltura italiana: visita a 2 ettari di campi e stalle con più di 200 animali e 2000 cultivar.

Per capire la trasformazione alimentare: visita alle 40 fabbriche contadine per vedere la produzione di carni, pesce, formaggi, pasta, olio, dolci, birra…

Per la degustazione del cibo: il ristoro di FICO con una scelta di oltre 40 offerte diverse.

Per farsi un giro in “giostra”: visita delle sei “giostre” educative dedicate al fuoco, alla terra, al mare, agli animali, alla bottiglia e al futuro.

Per divertirsi e imparare: 30 eventi e 50 corsi al giorno tra aule, teatro, e spazi didattici.

Per realizzare i meeting più belli del mondo: attraverso un centro congressi attrezzato modulabile da 50 a 1000 persone.

L’itinerario può essere percorso a piedi o in bicicletta, libero o assistito dai nostri Ambasciatori della Biodiversità italiana.

MISSION

Vogliamo raccontare al Mondo l’eccellenza enogastronomica e la bellezza dell’agroalimentare italiano.

Questo è quanto propone questa esposizione e noi siamo andati a visitarla, tra l’altro l’ingresso è gratis e gratis sono  le prime due ore nei parcheggi.

Innanzi tutto c’è la possibilità di fare un “Gran tour” accompagnati da personale qualificato che accompagna i visitatori e spiega loro tutto quello che c’è nell’esposizione. E poi si può prendere una bicicletta e girare tranquillamente per tutti gli stands.

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E’ molto grande, con molti spazi interni ed esterni, ci sono fuori tutti gli animali della campagna, in modo che si possano conoscere da vicino, ed assistere alla mungitura

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le piante e molti stands di vari generi alimentari, naturalmente ben presentati e con la possibilità di assistere alle varie preparazioni, per esempio, del formaggio parmigiano, un percorso sensoriale dal foraggio al formaggio.come si fa il formaggio, la pizza, come preparare la pasta, l’olio, il vino e molti altri corsi a prezzi contenuti, 15.00/20.00 euro.Dove si parla di olio, le macine con un bellissimo lampadario che simula le gocce di olio

Il laboratorio di pasticceria siciliana dove poter gustare i prodotti siciliani, qui una cascata di cioccolato di Modica…..slurp…..

un moderno carretto siciliano
40+ luoghi per mangiare cibo incredibile, dal ristorante raffinato da 90,00 euro bevande escluse …alla pizzeria, al ristorante “normale”, al banco dello stand della patata, al banco toscano della trippa, ai bellissimi e buonissimi panini pugliesi..

ci sono anche dei simpatici seggiolini ai tavoli, per poter fare ginnastica mentre si mangia….

Poi ci sono le “giostre” multimediali, cioè si tratta di percorsi multimediali e gli argomenti sono:

  • L’uomo e il fuoco
  • L’uomo e la terra
  • L’uomo: dalla terra alla bottiglia
  • L’uomo e il Mare
  • L’uomo e gli animali
  • L’uomo e il futuro

molto interessanti .

Naturalmente ci sono spazi per bambini, con laboratori per loro, con giochi e assistenza, dove sperimentare con le mani il piacere di creare …

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E per finire c’è un’area mercato dove fare la spesa anche in bici, comprare i prodotti realizzati in laboratorio, degustare e ascoltare il racconto del produttore. Trovare anche prodotti introvabili altrove, come per esempio l’olio di pistacchio, commestibile, al modico prezzo di 450,00 euro al litro, meno male che le bottiglie in vendita sono di 40 ml……..a circa 17,00 euro.

 

 

 

 

 

 

 

… e prima dell’uscita, una scritta:

“Se siete stati bene, tornate ”

d’accordo, ci possiamo tornare quando vogliamo, per fare dei percorsi più mirati, ora che abbiamo visto tutto l’insieme. Anche perchè ci sono tantissime cose da vedere e degustare e imparare.

 

Il mio tiramisù

Il tiramisù è un dolce al cucchiaio, uno dei più conosciuti nel mondo della pasticceria, ma la sua ricetta non è presente nei libri di cucina precedenti gli anni ’60 del XX secolo, quindi è un dolce abbastanza recente.

L’Accademia italiana della cucina ne identifica l’origine veneta, dibattuta se Trevigiana o Friulana. Il nome del dolce in veneto è “tiramesù”, poi italianizzato in “tiramisù”, e sarebbe stato adottato per le sue capacità nutrizionali e ristoratrici, anche se altri affermano che il nome sia dovuto a presunti effetti afrodisiaci.

Questo è l’originale:

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preparato con savoiardi, mascarpone, uova, zucchero, cacao e caffè.

Io invece ho fatto a modo mio, cioè forse non è proprio un tiramisù, però ne è venuto un dolce al cucchiaio servito in un bicchiere, gradito perchè fresco. Dopo la cassoeula non potevo presentare qualcosa di più pesante, per cui ho inventato sfruttando un panettone, dell’albume ecc. qui gli ingredienti:

  • panettone
  • albumi
  • mascarpone
  • crema
  • granella di pistacchio

Per prima cosa ho preparato la crema, ricetta del Bimby, classica, e l’ho lasciata raffreddare. Poi ho separato gli albumi dai tuorli di quattro uova e li ho montati a neve con un poco di zucchero. Piano piano ho inserito del mascarpone, mescolando dal basso verso l’alto, così fa formare un’ulteriore crema morbida.

Ho tagliato a pezzetti del panettone (acquitato ancora in promozione) e l’ho messo sul fondo dei bicchieri, poi sopra della crema e infine sopra la crema di mascarpone, completato con granella di vero pistacchio di Bronte, che una mia carissima amica mi ha inviato dalla Sicilia. Così oltre che di sapore, perchè quello vero SA di pistacchio, anche un piccolo tocco di colore.

Parliamo un attimo del pistacchio, chiamato anche ” Oro verde” per il suo alto valore commerciale. Il Pistacchio verde di Bronte è a Denominazione di origine protetta ed anche Presidio Slow Food,

 

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In siciliano il frutto è chiamato frastuca e frastucara la pianta, mentre a Bronte, la pianta di pistacchio è chiamata “scornabecco” che deriva dallo spagnolo “cornicabra” (corno di capra).

La pianta di pistacchio fu introdotta in Sicilia dagli Arabi durante il periodo della loro dominazione, nei secoli VIII e IX.

Nel territorio di Bronte, in oltre 2600 Ettari di terreno, c’è l’80 % della produzione Siciliana (2500 tonnellate nel 2012) e rappresenta lo 0,25 % della quantità prodotta nel mondo. La mia amica dice che se tutti i pistacchi che ci sono in giro fossero di Bronte, come normalmente viene detto, tutta la Sicilia dovrebbe esssere sommersa dalle piante di pistacchio…. Il pistacchio di Bronte viene coltivato ad un’altitudine dai 300 ai 900 mt in terreni vulcanici (le sciare) e deve avere, nel disciplinare DOP, colore verde intenso e sapore aromatico forte.

Ha numerose proprietà nutrizionali: contiene vitamina A ed è ricco di ferro, fosforo ed elementi che favoriscono il potenziamento delle difese e il benessere dell’organismo.

A Bronte si producono un’infinita varietà di prodotti derivati dalla lavorazione del pistacchio, come il famoso “pesto di pistacchio” per il condimento della pasta, il gelato al pistacchio, i biscotti di pistacchio, la crema di pistacchio, il cioccolato al pistacchio e molti altri.

Quindi attenzione, leggere bene l’etichetta quando si acquista il pistacchio ed anche se quello originale di Bronte costa di più, ne vale la pena, perchè oltre ad avere un prodotto autentico aiutiamo la produzione  di un’altra eccellenza italiana.

 

 

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La mia cassoeula

La cassoeula è un piatto lombardo tipico invernale, preparato con la verza (che deve essere raccolta dopo le prime gelate) e i cosiddetti scarti del maiale (piedini, orecchie, cotenne).

Era tanto tempo che avevo promesso ad una mia amica emiliana di farle assaggiare questo piatto tipicamente milanese ed è arrivata l’occasione, abbiamo invitato altri amici, perchè la cassoeula è un piatto che non si può preparare per due o quattro persone essendo  un piatto conviviale.

“Il piatto, così come viene preparato, nasce all’inizio del XX secolo, ma le sue varianti più antiche sono di origine incerta e controversa. Probabilmente, il piatto è legato alla ritualità del culto popolare di Sant’Antonio abate, festeggiato il 17 gennaio. Veniva preparato perchè segnava la fine della macellazione dei maiali.

Secondo la leggenda, la notte del 17 gennaio gli animali avranno facoltà di parola. Se solo fosse vero, chissà quali frasi ci rivolgerebbero e cosa ci racconterebbero delle loro vite. In passato, durante la notte degli animali parlanti, i contadini si tenevano lontani dalle stalle, perché udire gli animali conversare era segno di cattivo auspicio.

sant antonio abate animali

Nella tradizione culinaria popolare europea vi sono altri piatti con ingredienti simili, come le diverse forme di “potée” francesi (minestre a base di cavolo e maiale) o la Choucroute alsaziana, a sua volta derivata dal Sauerkraut tedesco

Il nome deriva probabilmente dal cucchiaio con cui si mescola (casseou) o dalla pentola in cui si prepara (casseruola).

Al di là delle leggende, gli storici individuano nel ricettario di Ruperto da Nola la prima ricetta riconducibile alla pietanza. Questo autore, originario di Nola, e che viene considerato uno dei padri della gastronomia spagnola, fu al servizio della corte Aragonese di Napoli, nel corso del XV secolo. Nella sua opera più importante, Il Libre del Coch, ci propone una ricetta di “Cassola de carn” in cui molti elementi riconducono alla Cassoeula.” (tratto da Wikipedia).

Come tutti i piatti tradizionali, anche la Cassoeula è stata tramandata con leggere modifiche.  In Brianza,  la Cassoeula è più asciutta rispetto a quella milanese. Nel comasco non si mettono i piedini ma si usa la testa del maiale, mentre nella provincia di Pavia si usano solo le puntine. La differenza più marcata, però, si registra nel novarese dove la carne di maiale può essere sostituita con quella d’oca.

Ed ecco la tavola pronta in attesa degli ospiti

Ed ecco gli ingredienti (ricetta originale tratta dal libro – La cucina lombarda – di A. Molinari Pradelli con alcune mie varianti), la sua preparazione è un po’ laboriosa, ma alla fine il risultato premia.

  • gr 600  di costine di maiale tagliate a piccoli pezzi
  • gr 300 di salsiccia
  • gr 200 di cotenne pulite
  • 2 kg di cavolo verza
  • due cipolle piccole
  • trito di sedano e carota
  • vino bianco secco q.b.
  • salsa di pomodoro
  • olio burro
  • sale e pepe

Tagliare a pezzi la verza lavata e metterla sgrondata in una capace pentola ad “asciugare” attenzione che non attacchi sul fondo.

Mettere in una pentola di acqua salata le cotenne e farle cuocere per circa un’ora per sgrassarle bene.

Intanto in una casseruola capace far soffriggere la cipolla in olio e burro, appena è dorata mettere nella pentola le costine  e la salsiccia; lasciar insaporire e poi versarvi il vino bianco secco e far asciugare a fuoco leggero. Togliere quindi le carni dalla casseruola e nel fondo rimasto mettere il trito di carote e sedano, aggiungere la salsa di pomodoro, sale e pepe, incoperchiare e far cuocere adagio mescolando ogni tanto.

Quando si è un po’ ritirato aggiungere la verza, mescolare e poi sopra aggiungere le carni e le cotenne cotte, ricoprire con il coperchio e lasciar stufare per un’ora o un’ora e mezza a fuoco basso.

La cassoeula va servita caldissima e un po’ ” tachenta” cioè un po’ collosa, ma non unta, accompagnata da una bella polenta fumante. Io  l’ho preparata con la farina ai cinque cereali. Ed il vino Bonarda dell’Oltrepo’ ha fatto da buon accompagnamento.

Ed ecco il risultato finale della mia cassoeula, molto gradita !!!!

 

 

 

 

 

Pane con la zucca e i suoi semi

 

zucca benefici

La zucca, questo ortaggio che con il suo colore giallo ravviva le giornate autunnali ed invernali, versatile, saporita e dolce allo stesso tempo. Se ne usa tutta al completo, la polpa al forno, in zuppe, per preparare i tortelli; i semi al forno e salati e dai quali si ricava un olio usato in cosmesi e in cucina; i fiori solamente quelli maschili, quelli cioè con il gambo, sottile, da friggere, dopo averli impanati, come quelli delle zucchine.  La scorza cotta a vapore, tagliata a pezzetti e condite con olio, sale e aceto, una volta veniva mangiata come condimento a modesti piatti di uova. Oppure venivano passate in farina e fritte in abbondante strutto, risultavano saporite e sembravano frittelle di carne. Oppure se ne possono fare degli invitanti snacks.

Io ho provato a fare un pane alla zucca ricoperto con i suoi semi.

Ingredienti:

 

  • 150 gr di farina n° 1
  • 150 gr di farina integrale
  • 300 gr di zucca
  • 1 panetto di lievito di birra
  • 150 gr di latte
  • 1 cucchiaio di olio e sale q.b.

Prima di tutto ho sbucciato la zucca, tenendo da parte la scorza per altri usi, e l’ho fatta cuocere al vapore dopo averla tagliata a pezzetti.

Una volta cotta e raffreddata l’ho frullata, poi l’ho unita alle farine e ho aggiunto un poco per volta il latte con il lievito disciolto. Ho aggiunto il sale e l’olio, mescolato bene fino a formare un panetto che ho messo a lievitare per circa un’ora. Poi l’ho diviso in due filoncini, ho messo sopra dei semi di zucca e li ho lasciati lievitare ancora per un’oretta già sul piano del forno.

Quindi ho acceso il forno e li ho cotti a 180° per circa 20 min, o a doratura.

Tagliati a fette sono molto buoni sia con i salumi che con una confettura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le raviole

Le raviole sì, non i ravioli perchè in Emilia queste sono dei dolci.

E una divertente leggenda che ci riferisce il noto enogastronomo bolognese Alessandro Molinari Pradelli riguarda proprio l’origine della raviola.

” Nel Tomo I, capitolo IV della Istoria delle celeberrime glorie di Messer Viscardi viene raccontata e fortemente “personalizzata” così: fuggendo dalla Palestina verso l’Egitto, San Giuseppe venne inseguito dai carabinieri. L’itinerario iniziale cambiò poiché il povero perseguitato continuava a fuggire per terre diverse, finchè approdò a Bologna e i carabinieri finalmente lo raggiunsero. Nella lotta disperata per liberarsi, il santo venne aiutato dall’intervento divino e riuscì a disarmare e a disperdere gli inseguitori. Durante le fasi concitate della rissa, il cappello di un carabiniere (raviola) rimase tra le mani di San Giuseppe. Il popolo bolognese esultante, volle ricordare l’avvenimento e venne dunque creato questo ottimo dolce, che richiama – appunto – la forma del cappello del carabiniere.”

 

Le raviole bolognesi sono nate molti anni fa in occasione del giorno di San Giuseppe, il 19 marzo.
Anche se oggi in questa data si celebra la festa del papà, un tempo il giorno di San Giuseppe segnava l’arrivo della primavera e, quindi, l’inizio del lavoro nei campi. Siccome la ripresa del lavoro implicava nuove entrate economiche per le famiglie contadine più povere, per celebrare l’occasione si organizzavano grandi feste e balli nell’aia e tutte le siepi venivano adornate proprio con le tipiche raviole, che restavano appese a disposizione di coloro che passavano a piedi o in bicicletta.

Però essendo un dolce semplice, buono da inzuppare nel latte, nel the o per una gustosa merenda per bambini (e grandi) si prepara anche per Natale, da regalare in una bella scatola di latta.

Praticamente è una pasta frolla ripiena di mostarda bolognese, che non è come la mostarda mantovana o cremonese, ma è una marmellata preparata con mele cotogne, mele, pere, arance. Richiede una lunga e lenta cottura per assumere il classico colore nero, ma quella che si acquista ha in aggiunta del caramello per conferire appunto il colore scuro. Buona lo stesso.

Ingredienti:

  • farina 1 gr. 400
  • zucchero gr 200
  • burro gr 100
  • 2 uova
  • latte q.b.
  • 1 bustina lievito per dolci
  • mostarda bolognese per il ripieno
  • sciogliere il burro in un pentolino, in una ciotola mettere le uova con lo zucchero e mescolare bene, poi unire la farina e il lievito setacciati e quindi il burro fuso. Mescolare bene e se occorre aggiungere un po’ di latte, per poter stendere l’impasto sul piano di lavoro e stenderlo con il matterello.
  • Tagliare delle forme rotonde che andranno riempite con la mostarda, quindi chiuderle a metà e premere i rebbi di una forchetta su tutto il bordo.
  • Infornare a 180° per 10/15 minuti.

 

Ecco il risultato, buonissime, sono un po’ più rustiche perchè io non uso le farine zero e doppio zero, ma dalla 1 in poi.