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Finiamo il panettone?

Quest’anno, per ora, le persone che sono venute a trovarci ci hanno portato ciascuna un panettone, cosa fai, per cortesia lo apri e lo mangi insieme, magari con una tazza di the oppure dopo pranzo, anche se hai preparato già un dolce.

Ma naturalmente ne avanza e allora, con tre mezzi o quasi panettoni ho preparato un dolce. Come lo chiamo? Panetton-crem.

Intanto vediamo come è nato il panettone.

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Il panettone, è un tipico dolce milanese, associato alle tradizioni gastronomiche del Natale e ampiamente diffuso in tutta Italia. A Milano fino al 1900 erano in moltissimi tra fornai e pasticceri a produrre il panettone, oggi però le grandi ditte industriali di panettoni sono dislocate in tutta Italia, mentre a Milano rimangono ancora tanti artigiani che producono un panettone secondo la ricetta tradizionale.

Una delle leggende circa il nome del panettone è questa: Il cuoco al servizio di Ludovico il Moro fu incaricato di preparare un sontuoso pranzo di Natale a cui erano stati invitati molti nobili del circondario, ma il dolce, dimenticato nel forno, quasi si carbonizzò. Vista la disperazione del cuoco, Toni, un piccolo sguattero, propose una soluzione: «Con quanto è rimasto in dispensa – un po’ di farina, burro, uova, della scorza di cedro e qualche uvetta – stamane ho cucinato questo dolce. Se non avete altro, potete portarlo in tavola». Il cuoco acconsentì e si mise a spiare la reazione degli ospiti. Tutti furono entusiasti e al duca, che voleva conoscere il nome di quella prelibatezza, il cuoco rivelò il segreto: «L’è ‘l pan del Toni». Da allora è il “pane di Toni”, ossia il “panettone”.

Un’altra curiosità è questa: A Milano, è tradizione conservare del panettone mangiato durante il  Natale, per poi mangiarlo raffermo a digiuno il 3 febbraio, festa di san Biagio, come gesto propiziatorio contro i mali della gola e raffreddori,  In questo giorno i negozianti per smaltire l’invenduto vendono a poco prezzo i cosiddetti panettoni di san Biagio, gli ultimi rimasti dal periodo festivo.

Ed ora ecco il mio panetton-crema:

Ingredienti:

  • panettone avanzato
  • crema
  • liquore all’arancia (il mio)
  • fettine di arancia
  • zucchero a velo

per la crema: (nel Bimby)

  • 100 gr di zucchero (io di canna)
  • 500 di latte
  • 2 uova
  • 40 gr di farina n° 1
  • un cucchiaio di liquore all’arancia

Mettere nel boccale lo zucchero, il latte, le uova e la farina, cuocere per 7 min 90° vel 4. In ultimo ho aggiunto il liquore mescolando bene.

Poi ho tagliato a fette i panettoni rimasti e ne ho fatti degli strati alternati con la crema, messo dello zucchero a velo e guarnito con fettine di arancia, ecco pronto un nuovo panettone, o un panetton-crema.panettone-arancia

 

Arquebuse

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In quel di Macugnaga ho ritrovato anche la pianta dell’arquebuse, dai bellissimi fiori gialli, ed era tanto che non li vedevo.

Vale la pensa soffermarsi un attimo su questa pianta, Tanaceto (Tanacetum vulgare), Il nome generico derivato dal latino medioevale “tanazita” che a sua volta deriva dal greco ”athanasia” (= immortale, di lunga durata) probabilmente sta a indicare la lunga durata dell’infiorescenza di questa pianta; in altri testi si fa riferimento alla credenza che le bevande fatte con le foglie di questa pianta conferissero vita eterna.

 Fonti storiche parlano dell’arquebuse intorno alla fine del secolo XVII. Sicuramente prodotto originariamente in Francia, nella zona di Lione e del Rhone-Alpes, nacque nei monasteri. Il significato del nome ha più spiegazioni: dall’uso curativo sulle ferite da archibugio,

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alla sensazione che si ha dopo averlo bevuto, a causa dell’alta gradazione alcolica.

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Per molti anni il tanaceto è stato impiegato come erba medicinale. Un’usanza irlandese della metà dell’Ottocento suggerisce un bagno in una soluzione di tanaceto e sale come cura per i dolori articolari. Biscotti al tanaceto erano serviti durante la Quaresima per prevenire i vermi intestinali, infatti si aveva l’errata credenza che il consumo di pesce durante questo periodo, provocasse l’insorgere dei vermi. È da notare che soltanto Tanacetum vulgare è impiegato nelle preparazioni mediche, ché tutte le altre specie di tanaceto sono tossiche, e un sovradosaggio può essere fatale. Nella medicina alternativa, le foglie essiccate di tanaceto sono usate per trattare l’emicrania, nevralgia e il reumatismo, su prescrizione di un erborista competente per evitare una possibile tossicità.

In particolare a questa pianta vengono associate le seguenti proprietà : amare, toniche (rafforza l’organismo in generale), digestive, elimina i vermi intestinali, astringenti (limita la secrezione dei liquidi),  abbassa la temperatura corporea, guarisce le ferite e riduce o elimina la cefalea e l’emicrania.

La ricetta originale prevede l’uso di sette foglie e di un fiore messi a macerare in alcool puro, senza aggiunta di zucchero; e da qui la potenza digestiva del liquore. Invece l’Alpestre, altro nome del liquore prevede l’uso di varie erbe alpine e di sciroppo di zucchero.

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L’Arquebuse è utilizzato anche per preparare caramelle balsamiche

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e cioccolatini ripieni, e può essere consumato in qualsiasi momento ed in vari modi: puro, come digestivo, come correttore del caffé, come rilassante caldo, come dissetante con alcuni cubetti di ghiaccio, come “grog” miscelando acqua bollente al distillato ed, eventualmente, dolcificando con zucchero o miele.

Nello stesso prato c’era questo cartello:

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Macugnaga e i Walser

Il giorno dopo la visita alle isole Borromee siamo andati a Macugnaga, ai piedi del Monte Rosa,

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così chiamato perchè effettivamente al mattino, al sorgere del sole, si colora di rosa. E’dovuto alla rifrazione del sole su un tipo particolare di roccia brillante. E’ uno spettacolo unico, emozionante. Ma la realtà è meno romantica, perchè il nome “Monte Rosa” non deriva dalle tinte rosa che colorano il massiccio all’alba  come si potrebbe pensare, ma piuttosto dal latino rosia, attraverso il termine del patois valdostano rouése o rouja, che significa ghiacciaio.

Torniamo sulla terra e dopo aver fatto la strada (tortuosa, ma c’è solo quella) della Valle Anzasca, arriviamo al comprensorio di Macugnaga che comprende sette frazioni. Ricordi? Tanti, da piccola lo zio mi portava sempre su e giù, quante volte sono salita a piedi al Rifugio Zamboni Zappa ad ammirare il ghiacciaio.

foto storica del rifugio,certo mooolto prima di quando ci andassi io…

Il rifugio Zamboni-Zappa in una foto d'epoca

E’ nel 1925 che la SEM (Società Escursionisti Milanesi) costruisce nell’Alpe Pedriola il rifugio Zamboni. Si tratta di una costruzione molto spartana ma la frequenza e il passaggio di turisti ed escursionisti sono tali che si decide di ampliarne la struttura. Nel 1954 viene inaugurato quindi il rifugio Zappa, la cui struttura viene collegata al vecchio rifugio zamboni creando un unico rifugio, l’attuale Zamboni-Zappa

ora è così, un moderno rifugio quasi un hotel.

Il rifugio Zamboni-Zappa / Foto © Emanuele Pagani

Ora mi guardo in giro a Macugnaga e trovo un mucchio di villette, bar e ristoranti e soprattutto il ghiacciaio che si è accorciato in maniera impressionante. Per di più sono anni, dal 2001 che la morena del ghiacciaio  è in costante movimento e la montagna scarica massi, proprio per lo sciogliersi dei ghiacciai e ha addirittura cancellato il sentiero per arrivare alla Capanna Marinelli, altitudine m. 3036. Questa è la posizione della Capanna e da lì si sale nella parete Est del Monte Rosa, 3000 metri di dislivello, il cui ingresso è tra le punte Zumstein e Dufour (4634 metri).

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La Capanna Marinelli è stata inaugurata nel 1886 e dedicata a Damiano Marinelli. Il noto alpinista venne travolto nel 1881 da una valanga durante la salita del Canalone omonimo. Otto anni dopo, nel 1889, dalla Capanna Marinelli partì Don Achille Ratti (che diventò in seguito Papa Pio XI) che conquistò la Dufour dal Colle Zumstein (chiamato poi anche Colle del Papa).

Ci fermiamo in piazzetta a farci spennare per tre fette di torta e tre succhi di frutta (24 euro!!!!!) e intanto ammiriamo il luogo e la montagna. Vanno e vengono alpinisti più o meno provetti e mi fanno un po’ invidia perchè vorrei essere lì anch’io per arrampicarmi….

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Poi decidiamo di andare a piedi a Pecetto, frazione più in alto di Macugnaga, paesino tranquillo, dove c’è un tiglio secolare e alcune case della comunità Walser.

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chi ha letto il mio articolo “gita di un giorno” si ricorderà che a Mergozzo c’è un altro albero, un olmo, che ha 600 anni, questo invece è stato piantato nel 1200. Secondo una leggenda, il vecchio Tiglio di Macugnaga fu introdotto e piantato nella seconda metà del ‘200 da una donna che faceva parte dei primi pastori Walser fondatori del paese. Sarebbe stato all’epoca un minuscolo semenzale alto una spanna, portato come “trait-d’union” con la originaria Patria vallesana.

Il fusto, alto 3.5 mt. è completamente cavo dalla base, la circonferenza del fusto è di 7.80 metri, ed anche qui sotto ad esso, si riunivano gli abitanti del paese per tutte le decisioni riguardante la comunità. Anche questo è stato piantonato con pali di ferro per evitarne la caduta.

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io amo gli alberi e mi sono soffermata a guardarlo ed ho sentito che emetteva energia, nonostante tutti i suoi anni, ho detto, aspetta che ne prendo un po’…e mi sono messa tra le sue foglie, perfetto, grazie.

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poi a casa, facendo le mie ricerche, ho scoperto che…avevo ragione, cioè:

E’ un albero che come pochi altri suscita fascino e mistero, un gigante verde ricco di sacralità e di leggende. Tra queste si può rammentare quella dei “Gutwiarghini”, i “buoni lavoratori” della tradizione Walser che abitavano tra le sue fronde e, con rigore e meticolosità, distribuivano alla popolazione preziosi consigli per sopravvivere con nuove soluzioni ergologiche. (ramo dell’etnologia che studia la cultura materiale dei popoli)
Avevano però i piedi rivolti all’indietro e un giorno, venendo uno di loro beffeggiato per quel difetto fisico, scomparvero per sempre. La storia si ripete, il bullismo parte da lontano.!!!

Anche qui, come in Alto Adige, ci sono dei prati bellissimi utilizzati per il foraggio e quindi bisogna rispettarli….monito per i proprietari dei cani !!!!!

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Il Monte Rosa è un po’ imbronciato, ora si fa vedere, ora no e allora cosa si fa? Naturalmente si va a mangiare.

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Abbiamo ritrovato un albergo nel quale eravamo stati sedici anni fa e ci siamo fermati al suo ristorante. Stesso albergo, stessi proprietari, stessa tranquillità. Partiamo con l’antipasto, lardo (veramente pancetta) e salame ai mirtilli. buoni buoni

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poi Mauro ha preso “gnocchi di patate e zucca con panna e speck croccante”

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Sergio invece la classica polenta pasticciata con la toma della valle, al forno

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io, la polenta e la fonduta

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come dolce un semifreddo con crumble e salsa ai frutti di bosco.

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Senza lode e senza infamia, il voto è nella sezione Ristoranti sì e no.

Questo è il luogo, pieno di fiori, non intendevo i due a tavola, Mauro sembra dire….ambè !!

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Sulla via del ritorno ci siamo fermati alla Miniera d’oro della Guia di Macugnaga.

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La miniera d’oro della Guia è delle poche in Europa a essere visitabile dal pubblico. La Valle Anzasca che porta a Macugnaga è una delle zone d’Italia più ricche d’oro. Le acque della valle, attraverso il torrente Toce, confluiscono nel Ticino, facendo di questo fiume il più ricco d’oro in Italia.

La lunghezza totale delle gallerie è di 12 km, distribuite su ben 11 livelli, tre al di sotto del piano di entrata, ora però completamente allagate dall’acqua a causa delle infiltrazioni, e altre sei al di sopra.

Nei primi del XVII secolo furono notati degli affioramenti di vene aurifere in superficie, sulla montagna al di sopra dell’attuale miniera. Si decise così di scavare un tunnel per intercettare e seguire i filoni. La miniera fu aperta nel 1710.

All’epoca dell’apertura gli scavi avanzavano molto lentamente scalpellando a mano la dura roccia granitica. Un ulteriore progresso fu l’introduzione della perforatrice pneumatica, che però aveva il grave difetto di sollevare polvere fine che respirata dai minatori era causa di silicosi.

Dopo due coltivazioni ritenute poco produttive, furono trovati diversi filoni interessanti, e l’estrazione continuò fino al 1945, quando la miniera fu chiusa. La cessazione delle estrazioni non fu dovuta all’esaurimento dei giacimenti, che anzi sono tuttora abbondanti, ma all’aumentato costo della manodopera tale per cui il costo orario di produzione supera il valore del metallo estratto.

Attualmente la miniera è visitabile dai turisti, limitatamente agli 1,6 km della galleria di livello e con l’accompagnamento di una guida. All’interno delle gallerie è allestito un museo che illustra la storia della miniera, delle genti che vi hanno lavorato, delle tecniche di estrazione e di purificazione dell’oro. (Wiki)

Ingresso della miniera, a fianco c’è un piccolo negozio di souvenirs, quali minerali, attrezzi della miniera e piccole schegge di oro conservate in vasettini di vetro.

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E così con il mio piccolo e prezioso vasettino con l’oro siamo ritornati a casa.

Ma e i Walser? Già, ma siccome sono molto interessanti meritano un articolo a parte.

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Cioccolato e … agrumi

Con questo post vi invito a far parte della raccolta sul cioccolato! Partecipo a questa iniziativa, insieme ad altri 10 blog, dove pubblicheremo ogni mese un abbinamento. Per questo mese abbiamo deciso…agrumi!

Ed ecco la mia prima golosissima ricetta con cioccolata e agrumi:

TORTA SACHER A MODO MIO

diciamo che è proprio a modo mio, ma mi è piaciuto abbinare il cioccolato all’arancia, in questo caso.

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Peschine dolci

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Voglia d’estate? Certo, ancora e allora ho fatto le “peschine dolci”. Certo è una ricetta molto conosciuta, si trovano anche al bar, ci sono molte variazioni, ma perchè mi devo fermare a questo? Avevo voglia di farle, (è la seconda volta) e non ho ancora finito di imparare.

Imparare a fare le palline più piccole, sennò crescono troppo e si “crepano”, imparare a tenerle più distanziate, magari fare due infornate, altrimenti le devo separare e non restano tonde, insomma, ormai è fatta, sono belle e buone e domani mio fratello, per il suo compleanno, le apprezzerà di sicuro, goloso com’è. Auguri fratellone Sergio.

Non so l’origine di questi dolci, se qualcuno me lo dice, grazie.

Queste sono impastate con il Santo Bimby, ma ovviamente  le ricette Bimby si possono fare anche a mano.

INGREDIENTI:

  • 500 gr di farina
  • 170 zucchero semolato (il mio è vanigliato)
  • 120 gr di burro
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • 1 pizzico di sale
  • 3 uova intere
  • buccia di limone
  • 3 cucchiai di latte
  • crema al cioccolato
  • alchermes
  • zucchero semolato per la copertura

Mettere nel boccale le uova, lo zucchero e il sale, vel 4 per 45 sec. Aggiungere il burro ammorbidito e il latte, vel 4 per 30 sec.

Aggiungere farina e lievito e impastare vel spiga, 1 min. Mettere l’impasto sul piano infarinato e lavorarlo a mano fino ad avere una palla compatta.

Preparare delle palline, tipo noce e sistemarle su una teglia da forno, cuocere per 20 min a 180°.

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Dopo la cottura farle raffreddare su una griglia, poi spalmare la base di una pallina con la cioccolata, unire un’altra pallina, immergerla velocemente nell’alchermes (se si preferisce più imbevuta rotolarla più volte) e quindi passarla nello zucchero semolato.

Metterle nei pirottini di carta, stanno più unite e si presentano meglio.

Conservare in frigo. Sono carine, si presentano bene e sono buone.

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Con questa ricetta partecipo al contest: “Dolci per colazione” del blog

Due sorelle in cucina.

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RICICLO CON CREMA ALLE BUCCE D’ARANCE

Dovevo finire la famosa colomba da due chili e mezzo, altrimenti mi restava fino a ferragosto e allora ho pensato di fare questo dolce.

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INGREDIENTI:

  • avanzo di colomba
  • buccia di arancia grattugiata
  • crema
  • marsala
  • mandorle

Prima di tutto tritare molto finemente la buccia di due arance

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per la crema: io ho usato il Bimby, ma si  può fare facilmente anche a mano.

  • 100 gr di zucchero (il mio alla cannella)
  • 2 cucchiaini abbondanti di scorza d’arancia grattugiata
  • 500 gr di latte
  • 2 uova
  • 50 gr di farina

Mettere gli ingredienti nell’ordine indicato, cuocere 7 min. 90° vel 4.

Travasare poi in una ciotola a raffreddare. Intanto tagliare l’avanzo di colomba e sistemarlo nel fondo di un piatto dai bordi rialzati, bagnare leggermente con il marsala, poi ricoprire il tutto con la crema.

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Decorare a piacere e servire, vi assicuro che è piaciuto molto, il sapore della scorza di arancia mitigato dallo zucchero ci sta a pennello.

E poi il marsala assieme all’arancia mi piace molto perchè mi ricorda la mia adorata Sicilia.