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“Quanti modi di fare e rifare”..tucèn ad fa’sol e ov –

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Questo mese tocca a me aprire la mia cucina per voi, cuochine/i dei “quanti”, lo faccio molto volentieri ed anche se è piccola, ci stiamo tutti ed anche se sulla porta della mia cucina c’è un cartello minaccioso per tenere lontani gli estranei….

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per voi non vale, la porta è aperta e mettiamoci a fare e rifare i “Tucèn ed fa’sol e ov” del mitico Fiorino.

Fiorino è un mio vicino di casa che ha appena compiuto 80 anni, ed un bravissimo cuoco, si diverte tutti i giorni a preparare la pasta sfoglia, i minestroni ecc. ed è la mia fonte per tutte le vecchie ricette di una volta. Ecco questa è proprio una di quelle, io questa volta l’ho rifatta, ma quella originale è qui.

INGREDIENTI:

  • passata di pomodoro,
  • prezzemolo tritato, una manciatina
  • aglio due spicchi
  • fagioli borlotti
  •  due uova
  • sale e un goccio di olio alla fine

Ho messo in una padella il pomodoro, un po’ d’acqua, l’aglio e il prezzemolo e l’ho fatto cuocere per circa 20 min. Poi ho aggiunto i fagioli scolati, dopo che li avevo lasciati a bagno tutta notte, dopo la cottura dei fagioli alla fine ho aggiunto le uova, le ho strapazzate, aggiunto sale ed è tutto pronto. Con un buon pane casalingo è una cena completa.

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Se pensiamo che una volta questi cibi venivano preparati sulla “stufa economica”, anche se ci voleva molto tempo, all’ora di pranzo erano pronti. E’ un piatto ricco, gustoso anche se fa parte della cucina povera.

Grazie per essere stati con me e grazie a Cuochina per avermi invitato a partecipare. Il mese prossimo troviamoci tutti da Silvia, blog “una stella tra i fornelli” per preparare i “PICI ALL’AGLIONE”, ciao.

Con questa ricetta partecipo all’iniziativa di ” Quanti modi di fare e rifare” per il mese di febbraio 2014.

Pasta e fagioli all’antica, ma…

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Pasta e fagioli all’antica, ma…cucinata con il Bimby. L’ho sempre preparata nella pentola di coccio, ma ero curiosa di seguire la ricetta del libro e vi assicuro che ancora una volta Bimby si è dimostrato un fedele alleato.

Ho trovato questo simpatico articolo da “Agriturismo San Benedetto al vigneto in provincia di Rieti” e ve lo copio:

La storia della pasta e fagioli inizia oltre duemila anni
fa: il fagiolo e il grano duro, amanti per contrasto sia per il
contenuto dei nutrienti sia per forma che per colore si dettero
appuntamento in Italia, alcuni dicono a Roma altri ipotizzano Napoli,per
consumare una notte di passione. Il letto di nozze avrebbe dovuto
essere appunto una pasta e fagioli. Il grano duro fu il primo ad
arrivare sul luogo dell’appuntamento: arrivò intorno al primo secolo a.C..

Il fagiolo invece non fu puntuale: viveva in America e fu costretto ad
aspettare Cristoforo Colombo che finalmente arrivò esattamente nel 1492.
Il fagiolo, grazie alle scoperte geografiche di quell’epoca ed alle
imprese dei navigatori spagnoli e portoghesi, riuscì ad imbarcarsi per
il vecchio continente solo intorno al 1530 insieme ad altre colture come
i pomodori e i peperoni. Nel XVI secolo, infatti, giunsero in Europa.
Nel frattempo il grano duro si consumava in un’estenuante attesa
cercando invano di abbellire la mensa degli uomini di potere.”

Nella cucina napoletana una particolarità della pasta e fagioli, così come per la pasta cotta con altri legumi, è che la pasta viene cotta direttamente insieme ai legumi, invece che essere cotta in acqua salata a parte, prima di essere aggiunta ai fagioli. Con questa preparazione tutto l’amido della pasta, che andrebbe invece perso scolando la pasta, viene conservato.

Questo, insieme alla mantecatura della pasta conferisce alla pasta e fagioli un sugo più denso e cremoso (azzeccato, in napoletano).

Molto popolare, nella cucina napoletana, è anche l’uso delle cotiche o delle cozze nella pasta e fagioli.

A questo punto la mia ricetta si avvicina molto a quella napoletana, poichè in quella emiliana ci sono le patate che non ho messo.

INGREDIENTI:

  • i gambi della cipolla di Tropea (quella che ho usato per le frittatine)
  • due pezzi di cotica di maiale (sgrassata e bollita)
  • un rametto di rosmarino
  • una crosta di formaggio parmigiano
  • 40 gr di olio
  • 450 gr di fagioli borlotti lessati
  • 100 gr di passata di pomodoro (quella fatta da me questa estate)
  • 1000 gr di acqua
  • un cucchiaio di dado Bimby
  • 200 pasta ditalini
  • sale/pepe/parmigiano q.b.

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Mettere nel boccale i gambi delle cipolle, la cotica, la crosta di formaggio e il rosmarino, tritare 5 sec. vel 7; unire l’olio, metà dei fagioli e la passata , frullare 5 sec. vel 5.

Versare l’acqua e il dado, cuocere 20 min. 100° vel 1. Aggiungere poi la pasta, aggiustare di sale e pepe e cuocere il tempo indicato sulla confezione a 100°, funzione antiorario, vel soft. Cinque minuti prima del termine della cottura aggiungere i fagioli interi rimasti.

Servire con un filo d’olio e una generosa spolverata di parmigiano, ma Mauro ha anche aggiunto, come facevano i vecchi, anche mezzo bicchiere di vino rosso. 011

Con questa ricetta partecipo al contest – scambiamoci una ricetta, la pasta –

del blog: “Io testo positivo”

Seconda edizione di Scambiamoci una ricetta

 

 

PASSEGGIATE ROMANE

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Cosa c’è di meglio che iniziare una passeggiata romana con una bruschetta così invitante.

Siamo stati a Roma con nostra nipote, eccola qui in tutta la sua luminosità come il sole che sta catturando:

Abbiamo cercato di vedere delle cose curiose di cui Roma ne è piena, per esempio “le statue parlanti”. La più famosa è “Pasquino”, un frammento di un’opera in stile ellenistico, divenuta figura caratteristica della città fra il XVI ed il XIX secolo.

Ai piedi della statua, ma più spesso al collo, si appendevano nella notte fogli contenenti satire in versi, dirette a pungere anonimamente i personaggi pubblici più importanti. Erano le cosiddette “pasquinate”, dalle quali emergeva  il malumore popolare nei confronti del potere, primi fra tutti, i papi.

Pasquino era in breve tempo divenuto fonte di preoccupazione e  di irritazione per i potenti presi di mira dalle pasquinate, quindi decisero di farla vigilare notte e giorno da guardie, ma le pasquinate apparvero infatti ancora più numerose ai piedi di altre statue.

Volevamo andare a mangiare i famosi filetti di baccalà fritti dal “Filettaro”, ma ahimè era chiuso per ferie.

E’ un piccolo locale nel quale dalle 17 alle 23 si possono gustare, seduti a piccoli tavoli degli eccelsi filetti di baccalà: la caratteristica di questo locale, consiste nel fatto che vi si possono mangiare soltanto filetti di baccalà fritti, pane burro e alici, puntarelle alla romana e pochissime altre cose… tutti alimenti derivanti dalla cultura popolana e poverissima di Roma. In fin dei conti un luogo fuori dal tempo, dove ritrovare i veri sapori di Roma.

(Altro buon motivo per ritornare a Roma)

Ma la cosa importante è stata incontrare alla sera Clara con il marito Natale ed un’altra amica Giulianamaria e Nino.Ci hanno invitati ad Ariccia , patria della “porchetta”. La cosa interessante è stata scoprire la “fraschetta”, cosa mai sarà ? Con il termine popolare “fraschetta” si è soliti indicare un particolare tipo di osteria la cui diffusione è limitata principalmente alla zona dei Castelli Romani.

Le fraschette hanno un’origine antichissima, sicuramente medioevale,e  proprio in quell’epoca nacque l’usanza, per i viticoltori del tempo di apporre una frasca ben carica di foglie sopra l’ingresso del locale (come avviene con le moderne insegne) in modo tale da indicare agli avventori che il nuovo vino era pronto da bere.

Ciò che differenziava le fraschette dalle normali osterie, era il fatto che questi posti fossero sprovvisti di cucina, e non veniva offerto nulla, eccezion fatta per il vino, del pane ed eventualmente di uova sode. Per tutto il resto bisognava portare deicibi propri. Ben presto però si sparse l’abitudine  di mettere dei banchi vendita in prossimità delle fraschette con generi alimentari di vario tipo in modo tale da fornire il companatico agli avventori delle fraschette. Tra questi, un prodotto particolarmente diffuso, di tradizione trimillenaria, era rappresentato dalla porchetta, che, nonostante il traascorrere dei secoli rappresenta un legame con queste osterie.

Noi siamo andati proprio in una di queste, con i soffitti a volta e la cantina in fondo al locale. Alla Fraschetta…….tavolone di legno, panche, tovaglia di carta, piatti di legno su cui trionfavano i salumi tipici, carne secca, formaggi conditi e l’immancabile “porchetta”. Naturalmente il vino, bianco o rosso? Bhè, tutti e due… Abbiamo mangiato anche la pasta “cecamarito”, come? Cerca marito? No, proprio ceca marito… preparata un attimo prima dalla padrona del locale. Condite, una alla gricia e l’altra con pomodorini e guanciale.

La pasta alla  gricia (o griscia) è l’antenata della amatriciana. Secondo alcuni, il nome   deriverebbe da un paesino a pochi chilometri da Amatrice, di nome Grisciano La griscia era ed è ancora conosciuta come l’amatriciana senza il pomodoro.

questo è il pane di Genzano, speciale che si produce solo nella zona di Genzano.E’ ottenuto da farina di ottima qualità di tipo 0 o 00, lievito naturale, sale, acqua e cruschello di grano. Il prodotto finito, estremamente leggero, si presenta nella classica forma a pagnotta tonda o in filone, con crosta scura e fine, mollica soffice e fortemente occhiata, dal profumo di cereale.

Qui servito nel foglio di carta per conservarne la fragranza e poi vediamo anche fagioli con le cotiche.

qui abbiamo dei deliziosi bocconi di provola avvolti nella pancetta, fritti e conditi con un po’ di aceto balsamico, dato che erano ottimi concediamo lo sconfinamento in Emilia.

E per finire (non sto ad elencare tutto il resto…) dei biscotti casarecci da tuffare nel vinello dei Castelli, degna conclusione.

Il giorno dopo siamo andati a vedere la mostra “Lux in arcana”, nei Musei Capitolini,  era l’esposizione per la prima volta di 100 documenti segreti dell’archivio Vaticano, in occasione del IV centenario della sua fondazione.

Emozionante trovarsi di fronte a documenti con firme autografe di Michelangelo, Galileo Galilei, Napoleone, quelle dei Lord inglesi che, in una pergamena diretta al Papa,appoggiavano la richiesta di divorzio di Enrico VIII, e poi ancora le direttive dei papi, i documenti sulla lotta delle investiture tra l’Imperatore e il Papa. C’era tutta la storia da rivivere attraverso quei documenti che svelavano che quello che si legge sui libri è realtà.

Il giorno dopo…dove andiamo?

Siamo andati a visitare la chiesa di Santa Maria in Cosmedin sul cui muro c’è “la bocca della verità”. Le persone (giapponesi e spagnoli) erano in fila per accedervi, ma su tre file…sotto al sole e in più si doveva pagare per infilare la mano nella bocca della verità. Ma che siamo matti? Tanto a me non taglia la mano, ne sono sicura (!!!) e allora ci siamo infilati subito nella chiesa.

Straordinaria, con il pavimento cosmatesco, a tessere colorate, un bellissimo altare e la cripta, nella quale ci ha invitato ad entrare (previa offerta) un signore che si è rivolto a me in inglese (come al solito, ma non si vede che sono italiana??).

La cripta è molto suggestiva, con un piccolo altare, con le colonne che fanno da corona e  le pareti che trasudano storia, mi sono sentita in un’altra epoca veramente.

I Cosmati erano marmorari romani  vissuti tra il XII e il XIII secolo, famosi per le loro sculture, ma soprattutto per i loro mosaicie le loro decorazioni realizzate prevalentemente in luoghi ecclesiastici.

Il loro modello ornamentale, si fondava sulla lavorazione di tasselli di pietre dure, di marmo, di pasta vitrea e di oro, collocati in modo da formare temi astratti. Il loro stile derivò in parte dall’arte bizantina e in parte dal gusto classico.

Poi alla sera tutti ad Ostia ad ammirare il tramonto nel mare, molto suggestivo

ma ancora  più suggestivo è stato il ristorante a Fiumicino  a mangiare il pesce.

Mangiare? Credo di non averne mangiato mai così tanto e ottimo.

Partiamo dagli antipasti:

questo è un assaggio (Clara aiutami con i nomi),poi spaghetti con i frutti di mare, cioè frutti di mare con spaghetti, un risotto alla crema di scampi incredibilmente buono, mai assaggiato,tagliatelle con delle piccolissime vongole, particolari del luogo.

Volete una bella grigliata mista? Cosa??? però una frittura di paranza, dai proviamo. Eccezionale, croccante e leggera.

e per finire, due stornelli romani

dopo di che siamo “rotolati” a Roma. Il giorno dopo siamo andati a visitare San Giovanni in Laterano e lì nella piazza,in un ristorante (!) abbiamo finalmente preso la “fregatura turistica” (l’avevamo scampata fino ad all’ultimo giorno) pagando un piatto di verdura e dei formaggi come ostriche….

Ma tant’è, poi dovevamo rientrare a casa…..portando con noi i ricordi delle giornate trascorse, quando si è a Roma il tempo non passa mai, le belle serate passate con i nostri amici che si sono prestati a scorazzarci per Roma e dintorni e la serenità che dei momenti passati in un bel posto ed in buona compagnia ti accompagna per lungo tempo.

Vabbè, er viaggio è annato bene, da domani se ripia a vita de sempre,

speramo che se rivedemo presto.

” Tucèn ed fa’sol e ov” (sughetto di fagioli e uova)

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Ecco un’altra vecchia preparazione di Fiorino, che facevano quando lui era piccolo.

Questo è un “tucèn ed fa’sol e ov”, cioè sughetto di fagioli e uova.

toucin con uova

Ingredienti: (le dosi sono a piacere a seconda delle persone, mi ha detto Fiorino)

  • Salsa di pomodoro
  • Prezzemolo, aglio, sale
  • Fagioli cannellini (più teneri) o borlotti, si possono usare quelli in scatola anche se una volta usavano quelli freschi, che, secondo me, hanno un sapore migliore.
  • Uova
  • salamoia bolognese

Mettere in una padella la salsa di pomodoro e pari quantità di acqua, (notare la parsimonia di una volta) dell’aglio e del prezzemolo tritato.

Lasciare cuocere per circa un’ora e poi aggiungere i fagioli.

Se freschi, sbollentati, se in scatola, metterli e basta. Quando anche i fagioli saranno teneri mettervi le uova, aggiungere la salamoia e lasciar insaporire.

Ci sono due modi, o prima far rassodare le uova, poi tagliarle a metà, metterle nella padella e lasciare che si insaporiscano,  (quello della ricetta) oppure romperle direttamente nel sugo e farle cuocere.

Vi assicuro che è un piatto buono, ricco di proteine e loro ne avevano bisogno, anche perché la carne era piuttosto rara sulle loro tavole.

In questo stesso sughetto, ma senza i fagioli, facevano cuocere in umido anche i pesci gatto, che pescavano nei “maceri” e lo chiamavano “tucèn par el pass” (sughetto per il pesce).

Ma questo lo spiego la prossima volta non appena Fiorino li pescherà.